Pubblicato da: scuolaguareschi su: Luglio 17, 2009
I precari della scuola hanno manifestato il 15 Luglio in piazza. Chissà quanta gente “normale” avrà detto “che palle”. Non è un’ipotesi, è che in un anno e passa di strenua lotta per difendere la scuola pubblica non avete idea delle volte che lo abbiamo sentito dire. Eppure manifestare, scioperare ecc sono gli unici sistemi civili per cercare di fermare questa onda di melma che ci sta travolgendo. Il difetto di manifestare e scioperare è che quando davanti si ha gente al governo che non rispetta nemmeno il parlamento, si rischia di ricevere come risposta un bel “muro di gomma” cioè la classica risposta alla romana “m’arimbarzi” … oppure “chi se ne frega”. E’ più o meno quello che il ministro Gelmini, che più che un ministro è, tristemente, un portavoce, continua a rispondere alle sacrosante proteste del mondo scolastico e di molti (purtroppo non tutti) i genitori.
Riportiamo un video dell’IdV (non per scelta politica ma perché è l’unico che abbiamo trovato in poco tempo), un articolo da “il Manifesto” (non per scelta di parte ma perché spaziava su diversi temi inerenti non essendo solo un report) e un report di FLC-CGIL.
Il Video:
L’articolo
Contro i tagli i precari si mobilitano: «Così l’istruzione pubblica muore»
di Sara Farolfi
Maria Pia di concorsi pubblici ne ha fatti ben cinque. Cinquant’anni compiuti, insegnante da quindici anni (tra elementari e materne), i contratti stipulati con le varie scuole del palermitano non si contano neppure. Ogni anno, dal primo settembre al trenta giugno. La domanda è semplice: «Ma il merito, qualcuno vuole spiegarmi allora in che cosa consiste?». Nessuna risposta concreta. Non a lei e non alle migliaia di insegnanti precari – «non storici ma preistorici» ormai – che saranno «tagliati» dalla riforma Gelmini. Loro, i vari comitati di precari sparsi da nord a sud del paese, si sono auto organizzati – bandiere viola a scanso di ’appartenenze’ e magliette «precari» come «professori», «radiati», «esasperati» e così via – e ieri mattina hanno portato la protesta a Roma davanti al parlamento. Raccogliendo moltissime adesioni della società civile ma anche di sindacati (le bandiere al sit in ieri erano quelle dell’Flc Cgil, ma c’era qualcuno anche di Cisl e Uil nonostante il sostanziale appoggio regalato dai due sindacati alla riforma del governo) e partiti politici (Pd, Prc, Sinistra e libertà e Idv, ciascuno con la propria ricetta). La piattaforma della mobilitazione però parla chiaro e parlano chiaro anche loro. Che chiedono il ritiro del piano di tagli (e, dall’altra parte, finanziamenti alle scuole private) – 8 miliardi di euro – disposti dal ministro Gelmini. Perchè, spiega ancora Maria Pia che ha viaggiato tutta la notte per arrivare da Palermo, «la riforma non ha nessun fondamento pedagogico, e anche il maestro unico diventa semplicemente necessario a fronte di un taglio delle compresenze». Chiedono anche, i precari, l’assunzione a tempo indeterminato («assunzione e non una generica stabilizzazione», tengono a sottolineare) per tutti coloro che lavorano su posti vacanti e disponibili in organico. Infine, il ritiro del «progetto di legge Aprea» che trasforma le scuole in fondazioni, segnandone la «totale aziendalizzazione» e che avrebbe effetti devastanti soprattutto al sud. Con il progetto di legge Aprea (dal nome del primo firmatario), verrebbero istituiti albi regionali per gli insegnanti, e la chiamata in servizio (ma – diktat leghista – vincolate alla residenza in loco per almeno due anni) verrebbe fatta direttamente dal preside dell’istituto. «Tradotto in siciliano vuol dire che lavoreranno solo i figli, gli amici e i parenti dei presidi…», dice Grazia, che per insegnare ha dovuto lasciare la sua famiglia trasferendosi a Verona da Catania. Una norma «salva precari» potrebbe essere inserita nel decreto anticrisi, ha detto ieri la ministra Gelmini, senza altro aggiungere nè specificare. «Bisogna fare presto – dice Mimmo Pantaleo, segretario Flc Cgil – altrimenti la mobilitazione continuerà e la stessa apertura dell’anno scolastico rischia di partire in un clima di forte conflittualità».